UMBRIA Z.E.S.: NON C’È NULLA DA FESTEGGIARE di Moreno Pasquinelli

Dunque il governo Meloni ha annunciato in pompa magna che includerà l’Umbria nella Zona Economica Speciale (ZES) che già comprende tutto il Meridione d’Italia. Stupiscono per la loro superficialità i commenti, sia a destra che a sinistra; stupisce il silenzio della Presidente Proietti.

Se si comprende che gli esponenti locali di centro destra esultano spacciando questo annuncio come una “grande vittoria per l’Umbria e per lo sviluppo strategico dei nostri territori”; le affermazioni di autorevoli dirigenti del Partito Democratico sono sbalorditive: “L’ingresso dell’Umbria nella ZES è una notizia positiva… per attrarre investimenti, sostenere le imprese e accelerare la crescita”.

È un fatto che la nostra regione, per cause molteplici, non ultime le scelte politiche dei governi regionali degli ultimi decenni, ha subito un profondo “processo di meridionalizzazione”: crollo del Pil regionale e dei livelli di benessere, deindustrializzazione, collasso dei servizi sociali, mala gestio della spesa pubblica, spopolamento, emigrazione giovanile.

Che l’ingresso nella ZES serva ad invertire la rotta è una pia illusione. Parlano una ampia letteratura scientifica, l’indagine della banca Mondiale del 2017, il Report del 2013 del parlamento europeo, e anzitutto le esperienze compiute in tanti paesi.

Non sembra proprio che il governo Meloni e chi esprime soddisfazione per la sua decisione, abbia tenuto conto delle numerose criticità.

Ricordando che fu il governo di centro-sinistra di Gentiloni nel 2018 ad istituire nel Mezzogiorno 8 ZES, autorevoli economisti hanno subito criticato il decreto legge 124 del 2023 con cui il governo Meloni ha deciso di estendere a tutto il Mezzogiorno una ZES.

Dopo aver segnalato che non esiste nel mondo una ZES così grande (ancor più grossa con Marche e Umbria), l’economista Gianfranco Viesti precisa:

«Le ZES di successo sono uno strumento operativo inserito in una più generale strategia nazionale di sviluppo, e in particolare di una politica industriale nazionale di potenziamento e ampliamento del tessuto produttivo. È in questo quadro, che esse offrono condizioni localizzative particolarmente favorevoli e esplicano al meglio il loro ruolo».

Cosa ci dice l’esperienza italiana e internazionale? Che nessuna impresa compie cospicui investimenti in assenza di una strategia di industrializzazione dei governi centrali, in luoghi periferici privi di adeguate infrastrutture, malamente collegati ai grandi hub logistici, lontani da grandi centri urbani, senza una base diffusa di cultura, tecnica, delle adeguate professionalità.

In queste condizioni, senza prima dissodare il terreno con grandi investimenti pubblici, i vantaggi di far parte di una ZES finiscono così per ridursi ad agevolazioni fiscali per le aziende già esistenti oppure ad occasioni meramente speculative per affaristi e per le mafie. Riguardo alle semplificazioni procedurali per favorire investimenti i rischi, vedi su tutti il caso dello scandalo immobiliare milanese, sono il far west, l’illegalità e la corruzione, pura speculazione per accaparrarsi i fondi del Pnrr, il tutto a danno dell’ambiente e di una corretta gestione pubblica urbanistica.

Per farsi un’idea di quel che potrebbe accadere si tenga conto degli annunci sempre più numerosi avanzati da aziende di dubbia affidabilità le quali, col pretesto ingannevole della transizione energetica, sgomitano per accaparrarsi soldi pubblici per costruire mostruosi impianti eolici che devasterebbero la nostra regione.

È la stessa ratio che alla base delle ZES che è profondamente sbagliata: è la logica neoliberista e privatistica per cui solo i privati promuovono “crescita” e benessere, per questo vanno finanziati coi soldi dei cittadini. Una logica fallace non solo dal punto di vista anticapitalista, una logica che i fatti hanno dimostrato errata.

Non si esce dalla stagnazione e non si ferma il declino nazionale se lo Stato non ritorna ad essere, lo Stato sovrano che produsse il miracolo economico italiano, se non diventa il principale agente economico che ha per scopo il bene comune e non il profitto fine a sé stesso, che non si fa guidare dal mercato ma che lo pone sotto il suo controllo. Altro che ZES coi suoi spiccioli, c’è bisogno di un gigantesco piano di investimenti pubblici, che se non erro è la stessa conclusione contenuta nel rapporto Draghi sulla competitività europea.

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