«L’impresa è tanto difficile quanto necessaria e urgente. Ci state?»
Con queste parole, alla fine di aprile, Angelo D’Orsi concludeva il suo appello a unire le forze per costruire un polo politico indipendente in vista delle prossime elezioni politiche.
Dopo un confronto ampio e approfondito, valutando le basi programmatiche, strategiche ed etiche contenute in quell’appello, abbiamo dato la nostra piena e convinta disponibilità a partecipare al processo costituente del nuovo soggetto elettorale e politico.
Questa nostra decisione non era improvvisata ma la conseguenza di una linea politica che perseguiamo da tempo, quella di unire, le forze politiche e sociali che si battono per la pace, contro la NATO e il riarmo imperialistico, per la difesa degli interessi del popolo lavoratore contro il neoliberismo, per un’Italia sovrana, democratica, neutrale. In una dichiarazione del 12 maggio scrivevamo: «Come FRONTE del DISSENSO auspichiamo l’immediata apertura di un tavolo di confronto per la costruzione di un blocco unitario che raggruppi forze rivoluzionarie sufficienti per affrontare la sfida delle prossime elezioni».
Con questo spirito abbiamo preso parte all’assemblea fondativa di AGORÀ del 27 giugno a Roma e, successivamente, all’incontro del 14 luglio con il gruppo promotore riunito attorno ad Angelo D’Orsi.
In quella sede abbiamo ribadito il nostro sostegno alla proposta di AGORÀ, ma abbiamo anche evidenziato alcune difficoltà oggettive e gli errori che, a nostro giudizio, avrebbero dovuto essere evitati nella costruzione del progetto.
La principale difficoltà è evidente: trasformare il profondo disagio sociale, il diffuso rifiuto dell’attuale sistema e la crescente sfiducia nelle istituzioni in partecipazione politica organizzata. Troppi cittadini, nel corso degli anni, sono stati traditi, illusi o strumentalizzati da esperienze politiche che avevano suscitato speranze poi sistematicamente deluse. La sfida decisiva è dimostrare che l’impegno politico può ancora avere un senso.
Questo vale soprattutto per le nuove generazioni, cresciute dentro una cultura che predica il relativismo, l’inutilità della politica e il disprezzo verso ogni forma di organizzazione collettiva.
Proprio per questo abbiamo sostenuto che l’errore più grave sarebbe stato cercare scorciatoie, sostituendo un autentico processo costituente con un modello fondato sulla delega dall’alto. La cooptazione può forse essere tollerata in una fase iniziale e limitata, ma deve rapidamente lasciare spazio a una costruzione democratica nella quale siano gli aderenti a scegliere, dal basso verso l’alto, gli organismi dirigenti e i futuri rappresentanti elettorali.
Le idee, da sole, non bastano. Per riportare all’impegno migliaia di persone deluse è necessario che esse si sentano protagoniste del progetto, non semplici strumenti al servizio di decisioni già prese.
Abbiamo quindi esaminato il documento “Proposta di struttura politica di Agorà”, inviatoci nei giorni scorsi. Purtroppo dobbiamo constatare che esso non recepisce nessuna delle osservazioni avanzate. Al contrario, delinea un modello organizzativo che va nella direzione opposta.
Il documento propone una struttura fortemente verticistica, esplicitamente ispirata al modello dello Stato liberale, articolata in un “Legislativo” e in un “Esecutivo”. Ma anche volendo accettare questo riferimento teorico, restano due domande decisive: chi elegge il cosiddetto Parlamento di Agorà? Quali poteri avrà realmente?
Nella struttura proposta tutti i principali poteri politici e organizzativi restano concentrati nelle mani dell’Esecutivo, già individuato dal gruppo promotore e, in ultima istanza, da Angelo D’Orsi, che non svolge semplicemente il ruolo di primus inter pares, ma quello di decisore finale, con un esplicito diritto di veto sia rispetto all’Assemblea che al “Parlamento”.
In sintesi, quello proposto è di fatto un modello organizzativo poco democratico, in cui davvero sovrano è solo l’Esecutivo, in una logica decisionista la quale, per stare ai diversi modelli di democrazia liberale, ricorda quello presidenzialistico.
Potrà l’Assemblea nazionale cambiare questa situazione? Dalla lettera e dallo spirito dell’ultimo documento sembrerebbe proprio no. Tra l’altro, questa assemblea è prevista solo per il gennaio 2027, quando le questioni decisive – alleanze, programma e candidature – con ogni probabilità saranno già state definite.
Così come le strutture organizzative sono state definite dall’alto, lo sono anchei testi programmatici, già scritti e confezionati da singoli esperti — certamente competenti — ma scelti e incaricati senza alcun passaggio collettivo. Si rinuncia così ab origine alla costruzione di un pensiero politico comune, capace di confronto, dibattito e sintesi.
Colpisce inoltre l’assenza di una chiara definizione dei diritti degli aderenti, ai quali pure sarà richiesto un enorme impegno militante. Rimangono del tutto indefinite anche le competenze delle assemblee regionali.
Potranno incidere sui testi programmatici e la piattaforma elettorale? Potranno approvare o respingere eventuali alleanze? Avranno un ruolo effettivo nella formazione delle liste? Potranno eleggere liberamente i delegati all’Assemblea nazionale?
Dal documento non emerge alcuna risposta positiva.
Analoga perplessità suscita il ruolo riservato alle organizzazioni aderenti. Condividiamo l’esigenza che AGORÀ non si presenti come un semplice cartello di sigle. Tuttavia, il documento sembra considerare le realtà organizzate non come una risorsa politica e militante, ma come strumenti funzionali alla campagna elettorale, chiamati a mobilitare consenso senza poter realmente concorrere alle scelte. Alle organizzazioni viene infatti negato a priori il diritto di far parte dell’Esecutivo, non a tutte però, visto che una di queste, nell’attuale Esecutivo, di membri ne ha tre.
Questa impostazione non ci appartiene.
Non soltanto perché rifiutiamo ogni concezione verticistica della politica, ma anche perché siamo convinti che un simile modello sia destinato a produrre risultati opposti rispetto agli obiettivi dichiarati.
I segnali erano già emersi nei mesi scorsi. Abbiamo tuttavia preferito confidare che, nel confronto, prevalesse il principio di realtà e che fosse possibile correggere la rotta. Purtroppo, ad oggi, non è stato così.
Continuiamo comunque a sperare che vi sia ancora il tempo e la volontà di cambiare strada: di aprire realmente il processo costituente, di consegnare la sovranità agli aderenti, di costruire un’organizzazione nella quale la partecipazione non sia una concessione dall’alto, ma il fondamento stesso della sua legittimità. Solo così potrebbe salvarsi il progetto di Agorà.
Per queste ragioni, se l’impostazione illustrata dovesse invece rimanere immutata, non potremo prendere parte a un processo costituente che riteniamo incompatibile con l’idea di democrazia politica e di protagonismo popolare che da sempre ispira il nostro impegno.
Questa scelta non pregiudica né interrompe il rapporto di amicizia e collaborazione costruito in questi mesi. Resterà, per quanto ci riguarda, la disponibilità a collaborare fraternamente ogni volta che ciò sarà possibile e utile agli obiettivi comuni.
Non si tratta di una rottura personale né di una scelta dettata da divergenze tattiche. È una questione di metodo, e dunque di sostanza.
Perché il modo in cui nasce una forza politica ne determina inevitabilmente la natura, la cultura e il futuro.
FRONTE del DISSENSO
31 luglio 2026

solo parzialmente d’accordo. Non ho tempo nè spazio di dire come la penso: esterno solo un dubbio.Il solipsismo è la rovina delle forze di sinistra. Cerchiamo non cascarci come spessissimo è accaduto.
Buon pomeriggio
In parte condivido il vostro punto di vista. Ho partecipato attivamente con DSP nella manovalanza senza però poter intervenire al processo partecipativo di stesura del programma politico e di scelta della classe dirigente locale e nazionale perché proibiti dall’ organizzazione iperverticista del Partito. I risultati di questa gestione sono sotto gli occhi di tutti. Il partito non è cresciuto e ha subìto una scissione dolorosa e molti iscritti si sono allontanati.
Ma rimango dell’ idea che la costituzione dal basso di un movimento politico è molto più lunga e faticosa. Le prossime elezioni politiche,con molta probabilità, si terranno tra poco meno di 9 mesi e l’ urgenza pretende, secondo il mio punto di vista, una deroga al principio democratico di costituzione per motivi di necessitá. Pertanto in linea di massima concordo con la vostra linea politica di partecipazione democratica che riprenderei subito dopo lo svolgimento delle elezioni politiche.
Il periodo è veramente difficile, il futuro per i nostri figli non è roseo. Siamo schiacciati da un potere finanziario sovranazionale malvagio che ci vuole sempre più poveri e soli. Creare un fronte di resistenza più ampio in questo particolare periodo storico è un nostro dovere per non soccombere e per dare speranza alle generazioni future.
Mi auguro che si possa camminare insieme e scrivere un capitolo importante nella storia contemporanea. Ho condiviso e applaudito convintamente lo splendido intervento di Moreno Pasquinelli tenuto Assemblea di DSP del 26 luglio perciò desidererei che ogni gruppo politico partecipasse rinunciando a qualcosa e facesse un passo indietro per una causa comune molto più importante, ossia l’ opposizione dura al sistema neoliberista sovranazionale e la proposta di una alternativa anticapitalista per una Italia neutrale e multipolare che ci veda fuori dalla UE e dalla NATO.
Con stima.
Umberto Salucci
Roma
Sono d’accordo con l’analisi di Leonardo.
Trovo questo lungo commento estremamente corretto.
E sull’approccio democratico dal basso sono pienamente d’accordo.
Ineccepibile. Ma…santa la miseria! Costoro sono proprio una specie di ufficio di collocamento per manovali? È un po’ come dire, per esempio: al tempo, ho in squadra Roberto Baggio, invece di farlo giocare lo tengo nello spogliatoio a preparare il tè e dopo a pulire gli scarpini. Sono l’ultima ruota del carro e va bene tuttavia, arrivo da oltre 55 anni di sputi presi a litri e impegno sul territorio costato tempo e perché no, denaro e offese a random. Abbiamo in formazione persone che hanno visitato il mondo dove là tutto succede e compreso la merda di tutte le merde e raccontata. Trovato soluzioni, proposte li, così, come niente e il Prof., li pensa buoni per attaccare manifesti. Roba da matti! Finisce sempre in questo modo, con i peggiori che provano ad andare avanti. Crozza, quando imita Arrigo Sacchi, parla che “ci vuole umilte’ ” e qui “l’umilte’ ” zero, tarallo. Mo’ c’è *Di Battista, pare scenda in campo, c’è *Toscano che ha rotto con Rizzo vediamo se occorre presentarci con il cappello in mano. Comunque sia e sarà, il voto ai piddini e ascari compresi non lo metto manco morto. Vi voglio bene.
* con calma. Non stravedo punto per costoro tuttavia possono essere dei nostri anche perché, altrimenti, cosa abbiamo?
È tutto molto giusto, le critiche sono del tutto condivisibili, ma, anche se qui nessuno è un guerrafondaio, una guerra la stiamo combattendo lo stesso, contro avversari agguerritissimi come neoliberisti, atlantisti, grandi corporation, colonialisti. Per combatterla con una organizzazione diffusa e partecipata secondo me ci vogliono 10 anni di organizzazione e una quantità enorme di fondi per metterla in piedi. Stiamo parlando di fare qualcosa con le dimensioni e le esigenze organizzative del vecchio PCI. Serve quindi una soluzione alternativa è snella, per fare questa guerra, tipicamente, come insegnavano Romani e Greci, un dictator pro tempore che coordini tutto a filiera molto corta. È bisogna avere le regole democratiche già pronte per il dopo, sempre se ci sarà un “dopo”, e questo deve far parte della costruzione del soggetto politico. Ma se pretendiamo di organizzarci capillarmente in modo democratico, in 9 mesi non si decide manco com’è fatta la struttura.