IL GOLPE ELETTORALE E IL PARTITO DELLA GUERRA di Leonardo Mazzei

Sulla legge elettorale è il momento di tirare le somme. Giovedì scorso la Camera l’ha votata, ed il giorno dopo Mattarella l’ha prontamente firmata. Che si tratti di una legge truffaldina ed incostituzionale lo abbiamo spiegato fin dall’inizio. Una legge che, con la norma sulle firme, è diventata un vero e proprio golpe.

Per opporsi a questo stupro delle più elementari regole democratiche può essere utile capire come si è potuti arrivare a questa enormità.

Dice un proverbio cinese che “il ghiaccio non si forma in una sola notte”. E la legge meloniana è ispirata a quegli stessi dettami che il regime bipolare di centro-sinistra-destra ci ha imposto fin dai primi anni ‘90, quando si volle stracciare il meccanismo della rappresentanza proporzionale, l’unico che può garantire il principio “una testa, un voto”. Da allora – sia a livello nazionale, che regionale e comunale – è stato un fiorire di leggi maggioritarie e presidenzialiste, sempre meno democratiche e sempre più tese a conservare il blocco dominante.

Giorgia Meloni è certamente la prima responsabile di questa ennesima porcheria, ma la finta opposizione del cosiddetto “campo largo” non ha certo la coscienza pulita. E di certo Mattarella non è nato sotto un cavolo.

Adesso siamo ai “si dice”. Si dice che la Corte costituzionale accelererà i tempi dell’esame della legge. Si dice che il suo pronunciamento arriverà prima del voto. Si dice che tra questi due eventi ci sarà il tempo per organizzare una presenza elettorale. Si dice, e si lascia intendere, che quantomeno la mostruosità del numero di firme richiesto a chi non ha già una rappresentanza parlamentare verrà cancellata.

Su questo punto così scrivevamo a settembre, subito dopo l’approvazione del famoso emendamento introdotto dalla maggioranza meloniana al Senato:

«Dov’è finità la pari dignità tra i cittadini, “senza distinzione di opinioni politiche” prevista dall’art. 3 della Costituzione? Da una parte zero firme, dall’altra circa 500mila sottoscrizioni da raccogliere in poco tempo tra Camera e Senato. Insomma, chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Per sempre.

Eppure, i partiti che “sono dentro” rappresentano solo il 50% dei cittadini italiani. Gli altri saranno privati della possibilità di ogni rappresentanza. Siamo allo stravolgimento di ogni principio democratico. Siamo alla cancellazione di fatto del diritto di voto, visto che milioni di italiani verranno messi nella condizione di non poterne esprimere alcuno. Siamo alla morte della Costituzione repubblicana, che proprio sul diritto di voto si basa. Quella Costituzione che all’art. 49 afferma che: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Ma nella nuova legge non c’è solo questo: c’è un enorme premio di maggioranza, l’introduzione surrettizia del premierato, la negazione dell’art. 57 della Costituzione che prevede l’elezione del Senato su base regionale. E c’è inoltre la mancata alternanza di genere tra i capilista bloccati, che (lo diciamo da critici radicali del sistema delle “quote rosa”) viola comunque l’art. 51 della Carta, così come modificato nel 2003.

Di motivi per rimandare il testo alle Camere ce n’erano a bizzeffe, ma al Quirinale hanno deciso diversamente, portandoci così in una terra incognita dove la legge pur essendo per certi aspetti sub iudice, è pur sempre legge che potrebbe essere applicata in qualsiasi momento. In ottanta anni di storia repubblicana mai si era promulgata una legge, dando per scontato il successivo e rapido rinvio alla Consulta. Mai. Qui, invece, questa cosa abnorme è stata presentata come fosse la normalità…

Ma c’è di più. Mentre si vuole impedire la presentazione di ogni lista anti-sistema, il Palazzo è già intento ad aggirare la nuova norma per i propri amici. Se nel centrosinistra sia i Cinque Stelle che l’ineffabile Tabacci sono all’opera per far trasmigrare alcuni parlamentari al solo scopo di far presentare le liste centriste di Onorato e Ruffini; a destra si parla di due parlamentari di Fratelli d’Italia in procinto di passare al gruppo misto solo per togliere l’obbligo delle 6mila firme a collegio alla lista del neoacquisto meloniano, il re dei trasformisti Cateno De Luca.


Insomma, da una parte si è motivato l’aumento delle firme per impedire la proliferazione delle liste, dall’altra si alimenta proprio questa proliferazione, purché si tratti di listarelle amiche pur se senza radicamento alcuno. Che dire? Oltre al danno la beffa! Ma su questo nessuno ha nulla da obiettare…

Chiudiamo su una questione decisiva. Secondo l’Avvenire del 9 ottobre, la firma di Mattarella avrebbe la seguente spiegazione:

«La scelta del Quirinale può essere letta anche come un segnale ben preciso: si lasci il tempo, ora, alla Consulta, per dare il suo parere. D’altronde in corso d’opera la moral suasion, o per meglio dire la “leale collaborazione” richiesta fra organi dello Stato, aveva già portato a dei correttivi man mano inseriti nel testo».

Quello che ci vuole suggerire il quotidiano della Cei è che la legge è stata scritta a più mani, con un certo via vai da Palazzo Chigi al Quirinale, la qual cosa non ci stupirebbe affatto. Viceversa, se non fosse così, non si spiegherebbe il silenzio dei leader del centrosinistra, che mentre gridavano allo strappo costituzionale si sono ben guardati dal chiamare in causa le prerogative del presidente della Repubblica previste dall’art. 74. Eppure sarebbe stata la cosa più ovvia…

Come mai, allora, tutta questa delicatezza? A noi pare che ci sia una sola spiegazione: il partito trasversale euroatlantista, cioè il partito guerrafondaio ed antirusso, non poteva arrivare ad uno scontro istituzionale che ne avrebbe messo in forse la tenuta. Per le stesse ragioni è possibile che la Consulta cancelli alcune norme, ma senza mettere in discussione il cuore dell’ennesima porcata in materia di leggi elettorali. Per tenere in piedi il partito della guerra Meloni può essere colpita di striscio, ma non affondata. I pacifisti/pacifinti che ancora guardano al centrosinistra ne prendano atto. Sarebbe già qualcosa.

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