INDAGINE SU GUERRA ED ENERGIA. LE NOSTRE PROPOSTE di Leonardo Mazzei

Premessa

Mentre scriviamo vige una fragile tregua tra Stati Uniti ed Iran. Un’incertezza che si riflette sul blocco dello stretto di Hormuz. Qui, alle brevi riaperture dei giorni scorsi, ha fatto seguito una nuova chiusura decretata dalle autorità di Teheran in risposta all’arrogante pretesa americana di bloccare l’accesso ai porti iraniani. La confusione regna dunque sovrana. Le notizie su nuove trattative ad Islamabad si alternano a quelle che annunciano un’altra escalation, e nessuno può dire davvero cosa accadrà nelle prossime settimane.

L’unica cosa certa è che il fronte mediorientale resterà caldo. Così esige la strategia americana, così impone quella israeliana. La stupenda resistenza dell’Iran li ha fatti sbattere contro il muro della realtà, ma ben difficilmente Trump e Netanyahu rinunceranno alla loro scelta guerrafondaia. Se accetteranno una tregua sarà solo per prendere tempo, per riorganizzarsi e tornare a colpire. Esattamente come hanno fatto dopo la guerra dei “dodici giorni” del giugno 2025.

L’attacco all’Iran del 28 febbraio, che rappresenta un decisivo salto di qualità verso una guerra mondiale pienamente dispiegata, ha fatto emergere ancora una volta la centralità della questione energetica, la sua intima connessione con ogni strategia geopolitica, con ogni ipotesi di ridefinizione degli equilibri globali.

L’energia è un nervo particolarmente sensibile del sistema, un tassello che può far saltare l’intero puzzle del capitalismo globalizzato, quello che può accendere notevoli fiammate inflattive ed immediate ricadute recessive: la temuta e probabile stagflazione. Naturalmente, nel quadro di un conflitto generalizzato, dunque di un’economia di guerra, anche questi aspetti andrebbero relativizzati, ma la discussione sull’energia richiama anche altre questioni che vanno oltre la guerra stessa. Ci riferiamo ai temi delle fonti energetiche da privilegiare, del sistema degli approvvigionamenti e di quello dei prezzi, tutti argomenti che hanno già fatto irruzione nel dibattito pubblico. E’ di questo che ci occuperemo in questo articolo, insieme però alla questione più importante di tutte: il ruolo dello Stato nella proprietà e nell’indirizzo della politica energetica di un Paese che si voglia realmente sovrano.

Lo faremo intrecciando il ragionamento sull’attuale emergenza con le prospettive future, due piani collegati ma distinti. In particolare, ci occuperemo di quattro questioni: (1) le conseguenze della crisi attuale e del blocco dello stretto di Hormuz, (2) l’insegnamento che ci viene dalle precedenti crisi energetiche, (3) l’attuale situazione dell’Italia, (4) le proposte per una politica energetica radicalmente alternativa rispetto a quella seguita fin qui dai governi italiani degli ultimi decenni. Ovviamente, la questione decisiva è la quarta, ma le altre tre sono indispensabili per inquadrare correttamente il problema.

Quanto pesa Hormuz

Partiamo da Hormuz, perché sulla rilevanza del blocco di questo stretto e sulle sue possibili conseguenze se ne sono dette di tutti i colori. Di certo, controllando questo collo di bottiglia l’Iran ha sparigliato le carte, mostrando in pieno la sua capacità di condurre in maniera efficace la più classica delle guerre asimmetriche. Su Hormuz si disquisisce fin dal lontano 1979, ma oggi – dopo che si è passati dalle ipotesi ai fatti – siamo in grado di valutarne appieno l’importanza strategica.

Detto questo, e premesso che molto dipenderà dagli sviluppi futuri, è opportuno passare ai numeri. E vista la pittoresca imprecisione dei media quando si parla di numeri, quantità, percentuali ed unità di misura, cercheremo di farlo nel modo più preciso possibile.

Da Hormuz passa il 20% del petrolio consumato a livello globale, oltre il 20% del Gnl (gas naturale liquefatto), il 43% del cherosene consumato in Europa (il 50% per l’Italia). Da questo stretto transitano inoltre altri prodotti strategici (elio, fertilizzanti, zolfo, ecc.) in grado di mettere in difficoltà diversi settori produttivi, dall’agricoltura alla fabbricazione dei microchip. A complicare la situazione ci sono pure i danni subiti da decine di siti energetici nella regione, a partire da quelli riportati dal più grande impianto di liquefazione del gas esistente al mondo, quello di Ras Laffan in Qatar. A tutto ciò bisogna aggiungere l’esplosione delle coperture assicurative per le navi che transitano nello stretto, aumentate con la guerra di oltre 60 volte.

Questi dati sintetici abbisognano di alcune precisazioni. In primo luogo, a differenza di quanto hanno scritto in tanti, la percentuale del 20% di petrolio che normalmente passa da Hormuz non è riferita alle esportazioni (nel qual caso sarebbe ben più alta), bensì ai consumi globali. Il transito medio giornaliero anteguerra era infatti pari a 21 milioni di barili (Mbg) su un consumo mondiale di 101 Mbg. Un dato pesante, anche se si calcola che nei primi 40 giorni di guerra siano comunque transitati 11 milioni di barili al giorno a bordo di petroliere provenienti da porti iraniani o comunque dirette in Cina o verso paesi neutrali.

In secondo luogo, come ovvio, il blocco di Hormuz non colpisce in maniera indiscriminata le varie aree geografiche. Particolarmente colpita è l’Asia, molto meno lo è l’Europa. In termini assoluti la prima importatrice di beni energetici (petrolio e gas) provenienti dal Golfo Persico è la Cina (110 miliardi di dollari nel 2024 – fonte New York Times), davanti all’India (90 miliardi), al Giappone (80) e alla Corea del Sud (80). In termini relativi, come percentuale rispetto al fabbisogno, altri sono i paesi asiatici più danneggiati, diversi dei quali hanno già messo in atto misure di razionamento, tra questi il Pakistan, il Bangladesh, lo Sri Lanka, le Filippine e la Thailandia.

Molto meno drammatica la situazione in Europa. Giusto per dare un’idea, questi sono stati i valori delle importazioni di beni energetici dei maggiori paesi del vecchio continente, transitate da Hormuz nel 2024: Francia 13 miliardi di dollari, Italia 11, Gran Bretagna 7, Germania 5, Spagna 5. Come a dire che le importazioni dei 5 maggiori paesi europei valgono la metà della Corea del Sud. Da notare che nello stesso anno gli Usa – esportatori netti di gas e petrolio – hanno importato dal Golfo prodotti energetici pari a 23 miliardi di dollari: effetti poco noti della globalizzazione e della delocalizzazione delle raffinerie.

Per quanto riguarda l’Italia, la dipendenza da Hormuz è piuttosto bassa, intorno al 10% dei consumi sia per il petrolio (importazioni dall’Iraq e dall’Arabia Saudita), che per il gas che arriva nel nostro Paese sotto forma di Gnl dal Qatar.

Quanto detto sin qui ci porta a due conclusioni sul tema dell’emergenza Hormuz. La prima è che per l’Italia non esiste ad oggi un vero problema di approvvigionamento. Salvo una completa precipitazione dello scontro, gas e petrolio greggio non mancheranno, ma la strozzatura che si è prodotta continuerà a spingere in alto i prezzi, con tutte le conseguenze del caso. La seconda è che, passando dalla materia prima al prodotto raffinato, esiste invece un serio problema per il cherosene e dunque per il trasporto aereo.

Questo problema, che riguarda un po’ tutti i paesi europei, dipende da scelte sulla raffinazione che hanno privilegiato l’importazione dal Golfo piuttosto che la sicurezza nazionale. Abbiamo così l’assurdo di un Paese come l’Italia che esporta benzina e gasolio, mentre è deficitario per il 50% dei propri consumi di cherosene, pari a 5,8 milioni di tonnellate annue (circa il 10% dei consumi petroliferi complessivi).

Sul fronte dei prezzi bisognerà attendere gli sviluppi, ma non c’è da essere molto ottimisti. Alcuni hanno osservato come in fondo gas e petrolio siano sì aumentati, ma non quanto ci si poteva aspettare, certamente assai meno di quanto avvenne nel 2022. In realtà le cose sono assai più complicate, perché non contano tanto le impennate giornaliere dei prezzi, quanto le tendenze strutturali di medio-lungo periodo sulle quali sarà possibile dire qualcosa di più sensato solo nei prossimi mesi. Ma per orientarsi su questo punto conviene ragionare sulle esperienze delle precedenti crisi energetiche.

Cosa ci insegnano le precedenti crisi energetiche (1973 – 1979 – 2022)

La prima cosa da notare è che tutte le precedenti crisi energetiche hanno avuto origine da precise vicende geopolitiche. Quella storica del 1973 dalla guerra del Kippur, quella del 1979 dalla rivoluzione iraniana, quella del 2022 dall’inizio della guerra d’Ucraina. In tutti questi casi la materia prima non è mai veramente mancata, ma la relativa riduzione dell’offerta è sempre stata sufficiente a spingere i prezzi alle stelle, producendo elevati picchi inflattivi e successive fasi recessive.  Difficile pensare che stavolta sarà diverso.

Con la crisi iniziata nel 1973 il prezzo del petrolio aumenterà di ben 4 volte, passando da 2,5 a 10 dollari al barile. Già prima di quel conflitto, che si svolse nell’ottobre di quell’anno, una spinta al rialzo era arrivata dalla chiusura del Canale di Suez, decretata dall’Egitto dopo l’aggressione israeliana del 1967 (Guerra dei 6 giorni). Una chiusura che dirottò tutto il traffico marittimo sulla rotta del Capo di Buona Speranza, con costi aggiuntivi facili da immaginare. Ma la causa veramente determinante dell’impennata dei prezzi fu rappresentata dalle scelte dell’Opec (l’organizzazione dei principali paesi esportatori di petrolio), che per la prima volta si impose come attore decisivo con una serie di decisioni che pilotarono il prezzo del petrolio verso un’ascesa senza precedente alcuno. Fu quello il principale fattore (anche se non l’unico) che portò ad un lungo periodo di inflazione a due cifre ed alla recessione del 1974-75, che segnò di fatto la fine del cosiddetto “boom” del dopoguerra.

Nel 1979, mentre le politiche neoliberiste cominciavano ad affacciarsi all’orizzonte, gli scioperi ed i sommovimenti sociali che portarono alla rivoluzione iraniana fecero mancare un 4% della produzione mondiale di petrolio. Una percentuale in fondo piccola, ma sufficiente a far balzare il prezzo a 40 dollari al barile. Anche in questo caso, alla fiammata inflattiva seguì una fase recessiva durata fino al 1982.

Nel 2022, a differenza dei casi precedenti, il cuore della crisi (che avrà il suo epicentro in Europa) non sarà più rappresentato dal petrolio, bensì dal gas. Fino a quell’anno l’Unione Europea importava dalla Russia circa 150 miliardi di metri cubi di gas (il 44% del totale), attraverso importanti gasdotti che consentivano prezzi molto convenienti. Come noto, con la guerra d’Ucraina, Ue e Nato (sollecitate dagli Usa) hanno via via ridotto i flussi dalla Russia, mentre il gasdotto North Stream veniva fatto saltare in aria con il complice silenzio degli europei. Nel 2025 la quantità di gas russo importato nei paesi Ue si è così ridotta a 36 miliardi di metri cubi, quota che la Commissione Europea prevede di azzerare del tutto all’inizio del 2027.

Il mancato approvvigionamento dalla Russia è stato fin qui coperto con maggiori importazioni via tubo (in particolare da Algeria, Azerbaigian e Norvegia), ma soprattutto con il netto incremento delle importazioni di Gnl tramite un ampliamento del parco dei rigassificatori, con un enorme beneficio per le esportazioni degli Stati Uniti.

Anche in questo caso, però, il superamento del problema degli approvvigionamenti non ha certo risolto quello dei prezzi. E’ vero, il record di oltre 300 euro a megawattora (Mwh) al mercato del gas di Amsterdam dell’agosto del 2022 resterà ineguagliato, ma nel lungo periodo successivo – quello che ci ha portati al febbraio 2026 – il prezzo ha sempre oscillato attorno ai 40 euro a Mwh, contro i 20 degli anni precedenti alla crisi del 2022. Un’ulteriore conferma, insieme all’elevata inflazione del biennio 2022-2023, di come le grandi crisi energetiche non vengano mai davvero risolte del tutto, quantomeno sul lato dei prezzi. Ed è proprio questo l’insegnamento fondamentale di questa veloce panoramica sulle vicende degli ultimi cinquant’anni.

La situazione italiana

Vediamo ora brevemente come è messa l’Italia sul versante degli approvvigionamenti di gas e petrolio. Ma prima di analizzare la situazione attuale, conviene ricordare un dato di fondo generalmente occultato nel dibattito pubblico. Nel nostro Paese il consumo di fonti fossili è già da tempo in drastica diminuzione. Ad esempio, nel 2025 il consumo nazionale di petrolio è stato pari a 1,24 milioni di barili al giorno (Mbg), rispetto ai 2,07 Mbg del lontano 1973, con una riduzione di ben il 40%. Questa diminuzione è stata determinata in parte da un aumento dell’efficienza energetica, ed in misura più significativa dalla sostituzione del petrolio con il gas nella produzione termoelettrica. Tuttavia, anche il consumo di gas è in diminuzione da un ventennio, essendo passato dagli 86,3 miliardi di metri cubi (Mmc) del 2005 ai 63,2 Mmc del 2025 (-26,8%). Questo per dire che sulla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili non siamo all’anno zero.

Ma da dove si approvvigiona oggi l’Italia? Per quanto riguarda il petrolio abbiamo già ricordato come la dipendenza dal Medio Oriente sia oggi straordinariamente bassa. Nel 2025 le importazioni da Arabia Saudita ed Iraq hanno coperto solo il 12,2% del fabbisogno nazionale. Una percentuale addirittura inferiore a quelle del Kazakhistan (13,1%) e dell’Azerbaigian (16,3%), mentre le Americhe (Stati Uniti e Brasile) hanno soddisfatto il 13,5% della domanda. Ma la parte del leone la fa oggi l’Africa, che copre il 41,7% delle importazioni, un dato trainato dal 24,5% della sola Libia.

Mentre il petrolio ci arriva via nave, il maggiore apporto di gas continua a giungere tramite i tubi dei gasdotti che raggiungono il nostro Paese. Il 35% del fabbisogno è così coperto dall’Algeria (gasdotto Transmed), il 15% dall’Azerbaigian (gasdotto Tap), il 10% dalla Norvegia (gasdotto Transitgas) ed il 5% dalla Libia (gasdotto Greenstream). Come si noterà, manca adesso all’appello il gasdotto più importante, quel Tag che arrivando a Tarvisio dalla Russia ha garantito fino al 2021 circa il 40% delle importazioni nazionali.

Questo folle azzeramento del gas russo a basso prezzo ha comportato da un lato un aumento delle quantità acquistate dai paesi già citati, con nuovi contratti e prezzi maggiorati; dall’altro un pazzesco incremento delle importazioni via mare di Gnl (ovviamente ancora più caro), che ha richiesto fra l’altro un ampliamento del numero di rigassificatori, oggi potenzialmente capaci di immettere nella rete nazionale circa 28 miliardi di metri cubi di gas all’anno, quasi il 50% dei consumi totali. I maggiori beneficiari di questa costosa follia della rigassificazione sono ovviamente gli Stati Uniti (20% delle importazioni totali) ed il già ricordato Qatar (10%).

Naturalmente, prendere il gas, liquefarlo, trasportarlo attraverso lunghe rotte marittime, per poi rigassificarlo prima di poterlo immettere in rete ha costi economici ed ambientali facilmente immaginabili. Tutto questo nell’epoca della decantata “economia circolare”, a “chilometro zero” e chi più ne ha più ne metta.

Eppure, questa assurdità, che peraltro penalizza non poco l’economia nazionale, non è messa in discussione da nessuno: né dal governo, né dalla fantomatica “opposizione” che ne vorrebbe prendere il posto. Chiacchierare di ambiente e risparmio energetico va bene nei convegni, ma guai a mettere in discussione la sacra guerra contro la Russia. Non sia mai!

Per una politica energetica radicalmente alternativa

Che fare dunque? La crisi energetica attuale, pur così incerta nei suoi futuri sviluppi, ci invita ad un ragionamento più generale. Idem i precedenti storici che abbiamo ricordato, mentre la fotografia dell’attuale situazione italiana ci dà il quadro da cui partire.

Come dovremmo rispondere allora ad una situazione che contribuisce non poco all’evidente declino del nostro Paese? Ovvio che si dovrebbe partire anzitutto denall’emergenza, ma è proprio dalle emergenze che si dovrebbe imparare per costruire risposte adeguate. Risposte che vadano incontro tanto alle domande sociali (economiche ed ambientali), quanto all’esigenza politica di una sostanziale sovranità energetica, parte non secondaria di un ancor più necessaria sovranità nazionale.

Naturalmente, nulla è più lontano da queste esigenze dell’attuale classe politica presa nel suo insieme bipolare. Ma costruire l’alternativa significa anche fare delle proposte concrete, dunque realizzabili a condizione di un radicale cambiamento politico.

Come Fronte del Dissenso, già nella II Assemblea nazionale del marzo 2025 delineammo i tratti fondamentali di una nuova politica energetica con le caratteristiche poc’anzi richiamate. Una politica di cui qui sintetizziamo per punti le scelte e le misure principali, in un evidente intreccio tra quelle più emergenziali (punti 1 e 2) e quelle più strutturali, con il decisivo punto 6 sulla nazionalizzazione del settore.

(1) Fine delle sanzioni e ripresa delle importazioni di gas e petrolio dalla Russia e dall’Iran. Con questa decisione politica, accompagnata dal ritorno a contratti ultradecennali nella fornitura del gas russo, si otterrebbero immediatamente tre effetti: la fine di ogni emergenza sugli approvvigionamenti, una sostanziale e duratura diminuzione dei prezzi, la netta riduzione della necessità dei rigassificatori con i relativi vantaggi ambientali.

(2) Riduzione immediata delle accise e passaggio al sistema delle “accise mobili”. Oggi, le accise sui carburanti alla pompa hanno un’incidenza assurda: 0,73 euro a litro per la benzina, 0,62 euro per il gasolio, 0,15 euro per il Gpl. Si tratta di un peso fiscale insostenibile, oltretutto sommato al 22% dell’aliquota Iva. Questo sistema va soppresso, passando invece ad un regime di accise mobili, cioè modulabili in funzione inversa rispetto al prezzo della materia prima. Un meccanismo che consentirebbe l’assoluta stabilità dei prezzi, la sterilizzazione dell’inflazione dagli effetti delle oscillazioni dei mercati internazionali, il ritorno ad un regime di prezzi amministrati come indicato al punto 9.

(3) Riequilibrio delle fonti energetiche primarie, con il passaggio progressivo e ragionato, dunque non interessatamente accelerato, alle energie rinnovabili. Abbiamo già visto come la riduzione del peso delle fonti fossili sia già in atto da tempo, ed è senza dubbio opportuno che questo processo prosegua, ma con realismo e senza fughe in avanti funzionali solo alla speculazione, non certo all’interesse collettivo ed alla tutela dell’ambiente. Sul tema del superamento delle fonti fossili vanno contrastate le idiozie, opposte ma speculari, di “verdi” e nuclearisti, raffigurabili in Italia nelle figure dei due “gemelli diversi” che impazzano sul tema, il “verde” Angelo Bonelli (passiamo integralmente alle rinnovabili da domattina, senza preoccuparci del come) ed il fanatico Carlo Calenda (nucleare subito per tutti i gusti, anche se come non si sa). La realtà è che, sia pure in forte diminuzione, delle fonti fossili ci sarà ancora bisogno nei prossimi decenni. E chi dice il contrario mente sapendo di mentire.  

(4) Passaggio alle rinnovabili, ma con precisi limiti ambientali, sociali e democratici. Come già detto al punto precedente, lo sviluppo delle rinnovabili è certamente positivo, ma solo ad alcune condizioni. La fretta è invece cattiva consigliera (come dimostra la pittoresca vicenda dell’auto elettrica), ed i folli obiettivi per il 2030 indicati dal Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) servono soltanto agli interessi di speculatori senza scrupoli. Chi lo nega o è complice o è cieco. La materia è dunque complessa, e proprio per questo è necessario introdurre da subito dei precisi limiti ambientali, sociali e democratici. A tal proposito, così si esprimeva il Fronte del Dissenso nel documento approvato dalla già ricordata Assemblea nazionale dell’anno scorso: «Potenzialmente le fonti rinnovabili possono arrivare a soddisfare il grosso dei bisogni energetici, ma ogni impianto andrà sempre sottoposto ad una rigorosa valutazione dell’impatto ambientale e sociale, mentre le decisioni finali dovranno essere prese con il pieno coinvolgimento democratico delle popolazioni. Se l’impatto sulla salute dovrà essere un fondamentale elemento di valutazione, la stessa cosa dicasi per quello sul paesaggio e sull’economia dei territori interessati. Per questo diciamo no, ad esempio, sia al fotovoltaico sui terreni agricoli che all’eolico in zone ad alto valore paesaggistico».

(5) No al ritorno del nucleare, una fonte primaria portatrice di enormi problemi, e non solo di natura ambientale (per approfondire leggi qui). Non a caso, l’energia nucleare è da anni in declino a livello globale. Giusto per dare un’idea, la quota di energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è scesa dal 12,1% del 2011 al 9,0% del 2025, il valore più basso degli ultimi quarant’anni! Questa tendenza trova la sua ragione principale nei costi sempre più elevati dell’energia atomica. Infatti, anche volendo tralasciare qui i lunghissimi tempi di costruzione delle centrali atomiche, nonché la dipendenza dai produttori della materia prima (uranio) e dalle multinazionali del settore, quel che taglia la testa al toro è proprio la questione dei costi. Recentemente, l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha calcolato il costo medio lungo il ciclo di vita degli impianti nucleari in 165 dollari a megawattora prodotto, valore più che doppio rispetto a quello delle diverse tipologie di impianti rinnovabili, stimato tra i 50 e i 75 dollari a megawattora. Il fatto è che la sicurezza – che in ambito nucleare è pur sempre molto, ma molto relativa – costa. Qualcuno lo spieghi a Calenda!

(6) Nazionalizzazione del settore energetico, a partire da Enel ed Eni. E’ questa la madre di tutte le scelte. Senza di essa sarebbe impossibile perseguire fino in fondo sia i punti indicati in precedenza, sia quelli che seguono. E’ perfino banale ricordare come solo il pieno controllo pubblico da parte dello Stato possa consentire il raggiungimento degli obiettivi politici (la sovranità), economici (il contenimento dei costi), sociali (il controllo dei prezzi) ed ambientali (la netta riduzione dell’inquinamento e dell’impatto ambientale) che devono ispirare una politica energetica alternativa e tesa al bene della collettività.

(7) Sganciare l’energia dai mercati finanziari. Uno Stato sovrano, con aziende del settore di propria proprietà, ha la possibilità di sganciare i propri acquisti energetici dai mercati finanziari. L’esatto contrario di quanto avviene oggi (leggiqui equi quello che scrivevamo già nel 2022). Lo strumento fondamentale di questo sganciamento risiede nel rapporto diretto tra Stati, dunque nella sottoscrizione di contratti a lungo termine per la fornitura di gas e petrolio che garantiscano da un lato le forniture, dall’altro la stabilità del prezzo. Si tratta di strumenti semplici, che esistono da sempre, che solo la follia neoliberista ha voluto mettere da parte a favore dei contratti spot a breve termine. Una scelta che ha portato, ad esempio, a legare il prezzo del gas in Italia ad un titolo meramente finanziario come il Ttf di Amsterdam. Un’assurdità che va cancellata.

(8) Chiudere la Borsa elettrica. Notoriamente, il prezzo del gas influenza direttamente quello dell’energia elettrica. Il problema è che lo influenza non solo per la parte prodotta con il gas (come sarebbe normale), ma pure per quella ottenuta con le rinnovabili, il che è invece totalmente inaccettabile. Tutto ciò avviene attraverso i meccanismi della Borsa elettrica, laddove si definiscono il giorno prima i prezzi e i volumi produttivi per ogni ora del giorno dopo. E’ questo il vero tempio della speculazione, che consente ai grandi produttori di energia rinnovabile di ottenere talvolta prezzi anche 10 volte superiori a quanto loro stessi hanno offerto. Tutto questo per il meccanismo che applica a tutti i venditori il prezzo marginale d’asta, dunque il più alto, normalmente offerto da chi brucia gas nelle sue centrali. Uno studio di Althesys, dell’autunno scorso, ha dimostrato che «Se i prezzi del mercato elettrico si basassero sulle quotazioni fatte in sede di offerta (pay as bid) e non sul meccanismo del prezzo marginale come invece avviene, l’energia in Italia costerebbe quasi un terzo». Il tema è quello dello sganciamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. Tema tanto evocato quanto costantemente aggirato. Ma con la nazionalizzazione dell’energia elettrica tutto ciò verrebbe facilmente superato, e la Borsa elettrica verrebbe immediatamente chiusa, dato che la nuova Enel tornerebbe ai compiti che svolgeva fino alla disgraziata liberalizzazione firmata da Bersani nel 1999, quando infatti la Borsa non esisteva per il semplice motivo che non aveva alcuna ragione di esistere.

(9) Tornare ad un sistema di prezzi amministrati. La nazionalizzazione, lo sganciamento dai mercati finanziari, la chiusura della Borsa elettrica ed il passaggio alle accise mobili consentirebbe, infine, il ritorno ad un sistema di prezzi amministrati. Un sistema che in Italia è esistito fino al settembre 1991, quando l’ondata neoliberista ed eurocratica iniziò il suo smantellamento. Il vantaggio dei prezzi amministrati consiste nell’azione di contrasto tanto all’inflazione, quanto alla speculazione, garantendo inoltre un’assoluta uniformità di prezzo su tutto il territorio nazionale. Fine, dunque, ai prezzi differenziati tra una stazione di servizio e l’altra; fine delle continue telefonate truffaldine per i contratti di luce e gas. Se fino al 1991 i prezzi li fissava il CIP (Comitato Interministeriale Prezzi, istituito nel 1944 proprio per contrastare l’inflazione in tempo di guerra), oggi sembrerebbe più logico affidare questo potere al parlamento, magari con provvedimenti annuali collegati alla Legge di Bilancio.

Conclusioni

So di essere stato lungo e me ne scuso con i lettori. Tuttavia, il tema dell’energia è molto vasto e chiama in causa non solo la geopolitica, ma pure gli indirizzi economici di fondo, nonché innumerevoli questioni tecniche ed ambientali che qui abbiamo solo in parte accennato.

Spero soltanto che si sia capito che molte sarebbero le cose da fare, che praticamente tutte si potrebbero realizzare in tempi relativamente brevi ove solo ve ne fosse la volontà politica, che le scelte ed i cambiamenti qui proposti in materia energetica contribuirebbero ad un mutamento assai profondo della società italiana, contrastando con forza il progressivo declino del Paese. Scusate se è poco.

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