Inutile girarci attorno: siamo al regime. Questo pomeriggio il Senato ha approvato un emendamento alla nuova legge elettorale che di fatto lo instaura. L’11 settembre 2026, 53° anniversario del colpo di stato in Cile, passerà alla storia come quello del golpe elettorale di Giorgia Meloni in Italia.
L’emendamento in questione, prima firmataria Antonella Zedda di Fratelli d’Italia, aumenta di 4 volte le firme da raccogliere per consentire la presentazione alle elezioni politiche per le forze oggi non rappresentate in parlamento. Viceversa, quelle attualmente rappresentate continueranno a godere del privilegio di potersi presentare senza bisogno di alcuna firma. Tra queste ultime, pure quelle che raggranellano ben pochi voti come “Noi Moderati” di Lupi, o “Italia Viva” di Renzi.
Dov’è finità la pari dignità tra i cittadini, “senza distinzione di opinioni politiche” prevista dall’art. 3 della Costituzione? Da una parte zero firme, dall’altra circa 500mila sottoscrizioni da raccogliere in poco tempo tra Camera e Senato. Insomma, chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Per sempre.
Eppure, i partiti che “sono dentro” rappresentano solo il 50% dei cittadini italiani. Gli altri saranno privati della possibilità di ogni rappresentanza. Siamo allo stravolgimento di ogni principio democratico. Siamo alla cancellazione di fatto del diritto di voto, visto che milioni di italiani verranno messi nella condizione di non poterne esprimere alcuno. Siamo alla morte della Costituzione repubblicana, che proprio sul diritto di voto si basa. Quella Costituzione che all’art. 49 afferma che: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Nessuno potrà cancellare la responsabilità storica di Giorgia Meloni, del suo partito e della sua maggioranza di governo per questo golpe. Come nessuno potrà dimenticare quella di chi – 35 anni fa – aprì la strada a leggi elettorali sempre più maggioritarie, antidemocratiche e tese a cancellare ogni vera opposizione.
La nuova legge elettorale non è stata ancora approvata definitivamente, visto che manca ancora il voto finale del Senato, previsto per il 15 settembre, e quello successivo della Camera (pare a fine mese). Ma la volontà politica è chiara. Una volontà rafforzata dagli scenari di guerra.
Già in un precedente articolo, parlando degli aspetti incostituzionali del cosiddetto Melonellum, avevo segnalato come sarebbe spettato a Mattarella il compito di intervenire per tempo per fermare lo scempio di ogni principio democratico che si stava compiendo. Oggi, ad una legge disegnata a fine legislatura sulla base degli interessi di parte del centrodestra, ad un premio di maggioranza sproporzionato, all’introduzione surrettizia del premierato, alla farsa delle finte preferenze, si è aggiunto all’improvviso il colpo più dirompente, quello che vuole affossare definitivamente i diritti politici degli italiani.
Interverrà Mattarella? Al momento niente si è mosso dalle parti del Quirinale. Le opposizioni parlamentari lo chiederanno? Per ora non c’è nulla in questo senso. Come sempre, quando i golpe si compiono, è il silenzio di chi dovrebbe tutelare i principi democratici l’aspetto più inquietante.
Per provare a fermare il Colpo di Stato meloniano ci sono soltanto tre settimane. Dopo, il Melonellum diventerà legge e sarà troppo tardi. Certo, col tempo vi sarà magari l’intervento della Corte Costituzionale, ma potrebbe arrivare solo a “babbo morto”, cioè dopo la celebrazione delle prossime elezioni politiche.
Saranno dunque tre settimane decisive, nelle quali dobbiamo augurarci il massimo della mobilitazione e, soprattutto, il risveglio di una coscienza democratica assopita da decenni di morta gora, da una politica ridotta a governance ed a teatrino da talk show all’americana.
Se tutto ciò non basterà, se il golpe andrà in porto, per le forze extraparlamentari si aprirà uno scenario assolutamente nuovo. Abbiamo sempre detto che solo una sollevazione popolare, dunque una vera rivoluzione democratica, potrà salvarci dal baratro verso cui stiamo andando. Ma questo non ci ha mai portato ad accantonare il terreno di lotta rappresentato dalle elezioni. Adesso, potremmo essere costretti a farlo. E quel che vale per noi, vale per tutta l’area dell’opposizione antisistema.
Ecco quel che ci consegna l’11 settembre golpista di Giorgia Meloni.
