perchè un approccio ideologizzante non aiuta la lotta per una scuola diversa
Questo scritto è in risposta ad un articolo sulla Scuola dal titolo “ Gli esami non si smentiscono mai” comparso su Umanità Nova del 9 luglio 2026 a firma di Patrizia Nesti, non perché nell’articolo siano contenute idee nuove e/o dirompenti sulla situazione della scuola Italiana ma perché, al contrario, risulta pieno di luoghi comuni e visioni ideologiche tipiche della sinistra (ahimè anche “storica”) che la sinistra che si definisce antagonista ha fatto proprie e ripropone, immutate, da decenni, precisamente dagli anni ’70. Ma il contesto storico, ahinoi, è assai mutato da allora e necessita di strumenti di interpretazione nuovi e, forse, un po’ più audaci. Un buon viatico per l’analisi di qualsiasi evento è, a nostro avviso, l’adozione del principio di realtà che, di per sé, include anche la frustrazione di non vedere nel mondo ciò che a noi farebbe piacere.
L’articolo si apre parlando di “tracce della prova di Italiano che continuano ad esibire messaggi sempre più reazionari” senza poi entrare nel merito e spiegare un’affermazione che, se si fa un’analisi testuale precisa delle tracce stesse è difficilmente sostenibile. Altra cosa se ci si basa sull’identità e la biografia degli autori, tralasciando tuttavia quella che è la prassi consolidata in ambito di ermeneutica letteraria fin dal formalismo russo di inizio ‘900 o dal “New criticism” americano degli anni ’30[1]: considerare il testo come un’entità autonoma che “parla da sé” al di là della ideologia dell’autore e delle esplicite intenzioni autorali.[2] Una identità, quella del testo scritto e consegnato al lettore, che non di rado, a discapito delle dichiarazioni d’intenti degli autori, si muove in direzione diametralmente opposta. Ma andiamo oltre.
L’articolo prosegue: “tra le “novità”, l’obbligo di presentare un “elaborato critico di cittadinanza attiva” per chi è stato ammesso con 6 in condotta, costretto a dover recitare il mea culpa davanti alla commissione; ma introduce anche la bocciatura punitiva per chi, avendo già un punteggio alto negli scritti, decida di fare scena muta agli orali per pigrizia o per protesta, come successe lo scorso anno, accontentandosi di raggiungere la sufficienza con due prove su tre e facendo crollare, proprio nel momento culminante della conclusione del percorso, tutto il castello di competitività, piaggeria e culto del voto su cui si basa la scuola”.
Bene. Sono reduce da quell’esame di maturità nel quale, per la prima volta quest’anno, si sono valutati studenti che, avendo avuto 6 in condotta, avevano l’obbligo di presentare “un elaborato critico di cittadinanza attiva” e discuterlo con la commissione. Primo dato dal mondo reale: mentre tutti gli altri candidati venivano interrogati su tutto il programma di educazione civica, questi studenti “subivano la punizione” di poter essere sentiti su un elaborato il cui titolo era stato precedentemente fissato dal loro consiglio di classe e loro avevano avuto 15/25 giorni per potersi preparare. Secondo dato (sempre dal mondo reale): dei tre candidati in questa situazione che ho sentito tutti e tre hanno presentato un elaborato evidentemente confezionato dall’I.A. (giudizio non dato arbitrariamente ma semplicemente ricavato dall’analisi testuale dei lavori presentati- lessico utilizzato, stile, “idioletto estetico” impaginazione, struttura e relazione tra le parti); due su tre hanno persino presentato LO STESSO testo. Terzo dato dal mondo reale: il primo candidato sentito NON HA SAPUTO riferire niente del testo da lui stesso presentato, cioè non ha saputo rispondere a domande sul suo testo, non aveva insomma idea di cosa ci fosse scritto. I candidati successivi- allertati dall’esperienza del compagno- sapevano rispondere a quesiti relativi al loro testo ma non sapevano mettere quello che “avevano” scritto (elaborato sul significato della “responsabilità”) in relazione con il percorso scolastico (non sapevano discutere di cosa significasse nel concreto essere cittadini responsabili nel caso di episodi di Bullismo o cyberbullismo, diffusione di fake news, conflitto Israelo-palestinese, UE e conflitto in Ucraina). Mostravano, insomma, un apprendimento meccanico (a memoria per i non addetti ai lavori) e non erano in grado di problematizzare, di mettere le parti in relazione critica. Assenza delle tanto sbandierate (quanto inesistenti) competenze richieste dalla attuale scuola pubblica. Questa esperienza non è un caso isolato. Al contrario, riflette quanto migliaia di commissari e presidenti della recente prova di Maturità hanno potuto constatare.
Continuiamo con l’analisi del nostro articolo: “Introduzione della bocciatura punitiva” – Intanto, bisognerebbe dire che parlare di bocciatura agli esami è diventato quasi come parlare dell’eventualità che la terra venga colpita da un meteorite. Il tasso di bocciatura all’Esame di Stato in Italia è oggi un evento rarissimo, che negli ultimi anni ha oscillato tra lo 0,1% e lo 0,3% degli studenti ammessi. Il trend storico ha visto un progressivo calo dei fallimenti in sede d’esame, passando da percentuali vicine al 2,5% dei primi anni 2000 a tassi costantemente inferiori all’1% nell’ultimo decennio.[3] Nel caso della mia esperienza concreta, alcuni studenti si sono presentati a “sostenere” la prova orale esclusivamente perché il Ministero ha introdotto questo obbligo. In realtà, come si è visto dal colloquio (e coerentemente con ciò che alcuni di loro spavaldamente hanno dichiarato ai compagni prima di entrare “Non so niente, non ho aperto libro”) non avevano studiato e non sapevano rispondere alla maggioranza delle domande. Perché? Perché se entri con voto dal 54 in su (fra credito scolastico e risultati degli scritti) sai già di avere la promozione in tasca: quale commissione si mette nella condizione di subire un ricorso per non assegnare un 6 o un 7 all’orale (corrispondenti a 3 / 3½ in decimali)?
Perché uno dei problemi della valutazione degli studenti oggi è questo: il grilletto facile, pardon, il ricorso facile dei genitori sceriffi troppo impegnati per seguire i figli nel percorso scolastico ma estremamente solleciti nel ricorrere all’avvocato per “difendere” i loro pupilli. I ricorsi per bocciature e voti hanno una percentuale molto bassa di successo (circa il 10%) dato che i giudici non entrano nel merito delle valutazioni che sono prerogativa del consiglio di classe.[4] Tuttavia la quantità di adempimenti burocratici e di vincoli che sono “piovuti” sulle spalle dei docenti in questi ultimi 20 anni fanno sì che i ricorsi vengano accolti in presenza di vizi procedurali gravi, o per mancata applicazione del Piano Didattico Personalizzato –PDP- (anche per “errori materiali” cioè di trascrizione o difetto di motivazione). Insomma, tutti aspetti che qualsiasi docente teme come la peste, consapevole che nella mole di procedure burocratiche e di moduli, modelli, documenti vari da compilare, si annidi un qualche errore materiale, una qualche inezia burocratica che porti il giudice a decidere contro la delibera del consiglio di classe. Questo è il motivo per cui è sufficiente che un genitore minacci la scuola di ricorso al TAR che il Dirigente Scolastico decida per l’accoglimento (anche se palesemente immotivato e ingiusto: potrei citare decine e decine di casi) delle richieste genitoriali (procedimenti in autotutela).
Continuando la nostra analisi: “la bocciatura punitiva per chi ……decida di fare scena muta agli orali per pigrizia o per protesta……. facendo crollare tutto il castello di competitività, piaggeria e culto del voto su cui si basa la scuola”
Ancora una volta un discorso puramente ideologizzato che non tiene conto della realtà. Quanti fra i nostri studenti possiamo davvero considerare ribelli (nel senso dell’articolo cioè di critici verso il sistema)? Dal mio punto di osservazione di vecchia insegnante molto, molto pochi. La maggior parte dei nostri alunni, (anche per colpa di un corpo docente acquiescente e prono alle richieste della propria Amministrazione che fa da megafono alle direttive che provengono dal Ministero e vengono imposte da Dirigenti scolastici sempre più autoritari), non assume quasi mai atteggiamenti di motivata, articolata e consapevole ribellione. Gli studenti degli anni ’70 lo facevano e difatti ricevevano come punizione non certo un elaborato da far scrivere all’IA ma un bel fascicolo della Digos. Il ribellismo dei giovani di oggi (salvo rare e mirabili eccezioni) è fine a se stesso. Un tempo la rabbia giovanile aveva un fine progettuale, si incanalava in un progetto trasformativo della società, oggi esplode senza alcuna finalità, o si ammanta di pretesti. Le generazioni passate subivano una sofferenza che scaturiva dallo scarto fra il sogno che coltivavano e la realtà in cui vivevano. Di contro, la sofferenza delle nostre nuove generazioni scaturisce dall’assenza di sogni. Vi è solo “il migliore dei mondi possibili” che si presenta come univoco e immodificabile, il mondo delle grandi merci dove tutto è disponibile, e i sogni dei nostri giovani sono sogni a buon mercato all’interno di una società che permette di avere tutto a patto che si possa comprarlo o esigerlo come “portatore di interessi” (la società degli stake holders). Il diploma è una di queste merci e la moneta con cui lo si compra è il conformismo.
Continua il nostro articolo: “Già da un po’ di tempo non si usano più i “temi”, quelli con un titolo generico sotto il quale si scrive “svolgimento” e poi si procede con propri pensieri. Le tracce propongono un brano, cioè un riflessione fatta da qualcun altro, assai assertiva, che dà la linea attorno a cui sviluppare la riflessione, consentendo solo a qualche sparuto temerario di avventurarsi nella confutazione, accolta con benevolenza solo se chi si discosta dalla linea argomentativa ufficiale è studente brillante, anzi, eccellente, imponendo invece la più piatta convergenza al resto della vasta schiera.”
Questa posizione, che condividiamo, è tuttavia fallata dal fatto che non specifica quando e perché ciò è avvenuto, lasciando intendere al lettore inesperto che sia conseguenza di scelte operate dall’attuale governo.
Vale la pena ricordare che già dalla fine degli anni ’70 il futuro ministro e linguista Tullio De Mauro aveva criticato fortemente il tradizionale tema in classe. Nel celebre saggio collettivo delle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica (1975), De Mauro e altri studiosi ne evidenziavano i limiti, proponendo di sostituire il tema rigido e artificioso con forme di scrittura più realistiche e diversificate (es. relazioni, diari, sintesi e lettere). Dice Mastrocola:
“Ricordo un suo [di De Mauro n.d.r.] intervento a un convegno sull’insegnamento dell’italiano…sostenne che alle superiori bisognava smettere di fare temi e cominciare a redigere verbali. Era il 2000, completamente dentro la riforma del Ministro Luigi Berlinguer, di cui uno dei tratti sicuramente più importanti fu la perfetta sintonia con il mondo del lavoro (una vera e propria alleanza di quel Ministero di sinistra con la Confindustria?): si voleva una scuola utile, dei saperi pratici, concreti, spendibili).[5]
Il passaggio ufficiale dal tema libero (quello che la scuola fin dalle sue origini ha sempre assegnato agli studenti: un titolo e poi lo svolgimento libero dell’alunno) alle nuove tipologie strutturate (“tracce” cioè testi estratti da libri, articoli, raccolte poetiche che gli studenti dovevano “commentare”) è avvenuto nel 1999 con la riforma di “sinistra” di Berlinguer. Quella che, dopo l’apertura degli argini prodotta dalla Riforma Bassanini del 1997 (riforma della PA, incluso la scuola), ha dato l’avvio alla distruzione sistematica della scuola italiana ad opera di tutti i governi (destra o “sinistra”) che si sono succeduti. Ha ragione chi scrive l’articolo a difendere il tema tradizionale perché esso era un ottimo strumento di libertà nel quale esercitare creatività e discorso critico indipendente. Ancora Mastrocola:
“Il tema era quel bianco accecante che ci lasciava muti…certo che fa paura. Ma è una sfida, non una tragedia…un’intelligenza che non riceve mai nessuna sfida, lentamente si consuma e muore…il tema mette i ragazzi davanti alla tragedia del foglio bianco…noi adesso forniamo, dopo il titolo, pagine e pagine di cosiddetti «documenti», ovvero brani di autori noti…Cosa deve fare l’allievo? Leggere una decina di pagine prima di scrivere un solo rigo…i contenuti glieli forniamo noi! Ci siamo accorti che in effetti è piuttosto impossibile scrivere sul nulla e quindi forniamo noi quel qualcosa su cui scrivere”.[6]
Questa è la scuola delle competenze (Ah ah) che ha eliminato i contenuti (bagaglio “troppo pesante” per muoversi agilmente nel mondo delle nuove tecnologie)[7]. Nella realtà attuale, poiché tali contenuti sono stati tolti (direi scippati) alle nuove generazioni il Ministero “gentilmente” glieli fornisce. L’allievo non è più solo e scrive secondo i binari- la batteria di domande fornite- predisposti. Addio contenuti, addio formazione critica, addio libertà di pensiero! E tutto questo per uniformarci agli “orientamenti europei” chiodo fisso della “sinistra” e di tutte le sue “riforme”. Importante quindi ricordare che l’attuale “desertificazione” delle menti dei nostri giovani (privati di contenuti definititi “ingombranti” e non adeguati agli sviluppi sociali) è ascrivibile, quasi interamente, alla sinistra. Informazione che, per chi vuole fare antisistema o dissenso è di fondamentale importanza.
A proposito della traccia tratta da Frank Furedi dice l’articolo che stiamo esaminando:
“In sostanza Furedi fa il discorso banale dell’adultescenza, della sindrome di Peter Pan, del labile confine tra fasi generazionali, degli adulti che non sanno lasciare l’adolescenza e marcare l’età della responsabilità. Un ragionamento che si può sentire anche sull’autobus, ma che Furedi sviluppa attraverso l’affermazione netta della necessità di tracciare i confini, esaltando un ageismo che deve funzionare come elemento gerarchizzante tra generazioni, strumento di regolazione sociale, ordinatore di dominio”
Anche qua, se non si vuole attribuire all’autore il peccato originale di essere “fervente sostenitore di Orban” è piuttosto difficile definire “banale” o peggio ancora “ragionamento che si può sentire anche sull’autobus” una questione che dal pionieristico “La scomparsa dell’infanzia” di Neil Postman ha attraversato il dibattito psico-pedagogico e sociologico per decenni. Il tema della scomparsa del confine tra adolescenza ed età adulta è stato ampiamente esplorato negli ultimi decenni, evolvendo dal lavoro seminale di Neil Postman attraverso diversi approcci sociologici, pedagogici e psicologici.[8] Tutt’altro che “roba da discorso sull’autobus”.
Conclude il nostro articolo:
“La traccia C2 propone un brano di Mario Calabresi … Agli studenti viene proposto di riflettere sul tema della “fatica”, che l’autore esalta come valore formativo da rivalutare, fatto di dedizione, costanza e tenacia, ma anche proprio di fatica fisica in quanto tale, di levatacce all’alba, come recita il titolo, e via a lavorare… anche in questo caso, un messaggio non casuale. In una scuola che da settembre partirà con la riforma degli Istituti tecnici, con un aumento smisurato delle ore di formazione scuola lavoro, con ore di studio cedute alle aziende, con la filiera che abbatte un anno di scuola per consegnare ancor prima i giovani al mondo del lavoro, cioè alla precarietà e allo sfruttamento, agitare il frustino della fatica e del lavoro è qualcosa di insopportabile. E non è un caso che questa traccia sia stata scelta dal 30,9% di studenti dei Tecnici e dal 37,6 % dei Professionali, cioè da chi se la sente sulla pelle… Save the children ha stimato 336.000 bambini e ragazzi tra i 7 e i 15 anni coinvolti in attività lavorative, qui da noi, figuriamoci nel resto del mondo”.
Anche in questo caso si vuole ideologizzare e quindi banalizzare un tema assai complesso che dovrebbe essere affrontato su tre versanti separati:
quello psico-pedagogico/sociologico[9] (di una generazione sempre meno incline all’idea di lavoro come strumento principale attraverso cui l’essere umano modella la realtà, sviluppa i propri talenti, costruisce la propria identità e contribuisce alla società, trovando così piena realizzazione esistenziale) e quello economico: (situazione del mondo del lavoro attuale con contratti inesistenti, precariato diffuso, insicurezza del posto di lavoro e infortuni, sfruttamento lavoro minorile). Ulteriore questione, anche questa assai complessa, è quella della “Formazione Scuola –lavoro” che dall’epoca della sua introduzione ha subito varie metamorfosi[10] non perdendo la sua caratteristica fondamentale di progetto tanto altisonante quanto dozzinale e inutile-quando non proprio dannoso- nella pratica quotidiana di migliaia di scuole superiori italiane.
Concludendo, di fronte alla complessità della realtà, non è proponibile una reductio ad unum, che offre il fianco a critiche, anche legittime, che possono contribuire a sminuire la portata delle questioni in campo. Un approccio realmente rivoluzionario deve, necessariamente, abbracciare questa complessità ed analizzare tutti gli aspetti in gioco.
[1] Autori come Viktor Šklovskij, Roman Jakobson , Vladimir Propp, per i russi – John Crowe Ransom: Criticism, Inc. (1938) e il volume The New Criticism (1941) per il gruppo successivo
[2] Roland Barthes pubblica il celeberrimo saggio La morte dell’autore. 1967
[3] https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/scuole/2022/06/20/maturita-bocciatura-ma-e-improbabile-03-in-ultimi-anni_5b197b4c-7e61-4f5f-8d6d-e946686b6ba2.html
[4] https://www.tecnicadellascuola.it/troppi-ricorsi-il-tar-non-possiamo-sostituirci-alla-scuola
[5] Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, Ugo Guanda Editore 2011, pag. 125.
[6] Paola Mastrocola La scuola raccontata al mio cane, Le Fenici rosse 2004 , pag. 90 e seguenti.
[7] La Commissione dei Saggi, istituita nel 1997 dal Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer, ha rivoluzionato il concetto di “programma scolastico” con un approccio teso ad individuare I contenuti fondamentali per la formazione di base. La sua posizione si basa sull’abbandono dell’enciclopedismo e dell’accumulo di nozioni a favore dell’acquisizione di saperi essenziali, intesi come strumenti critici, metodologici e culturali irrinunciabili per formare il cittadino del futuro. I punti cardine individuati dalla Commissione includono: Sfoltimento dei programmi: Alleggerimento della mole nozionistica per concentrarsi sui “nuclei fondanti” e sui concetti chiave di ciascuna disciplina. Centralità del metodo: Priorità all’insegnamento di “come si apprende” (imparare a imparare), sviluppando capacità logiche, critiche e di problem solving. Alfabetizzazione tecnologica e mediatica: L’inclusione dei nuovi linguaggi digitali e dei mass media come strumenti fondamentali di conoscenza e interpretazione del mondo moderno. Flessibilità e autonomia: I saperi essenziali devono essere il “nucleo duro” garantito a tutti, lasciando alle singole scuole e agli insegnanti la libertà di personalizzare i percorsi tramite l’autonomia scolastica. Questa visione ha influenzato TUTTE le successive riforme scolastiche in Italia.
[8] Tra gli autori principali che hanno trattato questo argomento:
Neil Postman: Nel suo celebre The Disappearance of Childhood (1982), ha teorizzato che l’avvento dei media elettronici e della televisione ha annullato l’asimmetria informativa tra adulti e bambini, portando a una progressiva adultizzazione dei minori e a una infantilizzazione degli adulti.
Frank Furedi: Ha introdotto e analizzato il concetto di “adultescenza”, descrivendo una fascia generazionale (tra i 20 e i 35 anni) che prolunga lo stile di vita giovanile, rifiutandosi o ritardando l’assunzione di responsabilità e impegni stabili.
Alberto Pellai: Noto psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha focalizzato i suoi studi su come la società contemporanea presenti una carenza di “adulti autorevoli” in grado di guidare i giovani verso la maturità, lasciando gli adolescenti soli di fronte alla paura di crescere.
Zygmunt Bauman: Attraverso la sua analisi della “società liquida”, ha descritto la crisi delle tradizionali tappe di passaggio, trasformando l’età adulta in una fase precaria, fluida e priva di certezze istituzionali.
Massimo Recalcati: Ha analizzato il declino del “complesso di Edipo” e della figura paterna (e normativa) nella società odierna, che ha portato alla nascita di adolescenti e adulti “a-conflittuali” che faticano a confrontarsi con il limite e con il principio di realtà.
Marc Augé: Ha discusso la caduta dei riti di passaggio tradizionali, evidenziando come la contemporaneità manchi di demarcazioni chiare e simboliche tra le diverse età della vita.
[9] Il nemico numero 1 dell’immaturo è la fatica_ Osvaldo Poli parla dell’importanza di mettersi alla prova nell’incontro di “Scuola per Genitori” #mettersiallaprova #adolescenza #fatica #scuolapergenitori su https://www.facebook.com/reel/1293809912812917
[10] La formazione scuola-lavoro in Italia è nata come progetto facoltativo nel 2003 con la Riforma Moratti ed è diventata obbligatoria nel 2015 con “La Buona Scuola” (Legge 107/2015). Da allora, il sistema ha subito forti riduzioni del monte ore, un cambio di nome in PCTO e, recentemente, in “Formazione Scuola-Lavoro”, con nuove regole anche in materia di sicurezza. L’evoluzione normativa si articola in tappe fondamentali:
2003/2005 (Nascita): Introdotta facoltativamente dalla Riforma Moratti (Legge 53/2003) e regolamentata dal D.Lgs 77/2005 come metodologia didattica per avvicinare il mondo scolastico a quello produttivo.
2015 (La Buona Scuola): La Legge 107/2015 la rende obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio, stabilendo un monte ore molto alto: 400 ore per gli istituti tecnici e professionali, e 200 ore per i licei.
2019 (Transizione a PCTO): A causa delle proteste e delle polemiche sulla natura di alcune esperienze, la Legge di Bilancio 145/2018 ha dimezzato le ore obbligatorie e ribattezzato il sistema PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), focalizzandosi più sulle soft skills. Le ore minime sono state fissate a: 210 per i professionali, 150 per i tecnici e 90 per i licei.
2025/2026 (Denominazione attuale): Un decreto legge ha ridefinito la denominazione in “Formazione Scuola-Lavoro”. Questo ultimo passaggio ha incrementato gli standard obbligatori di sicurezza per gli studenti, imponendo il divieto di svolgere attività ad alto rischio
