Azzoppata! di Leonardo Mazzei

Azzoppare l’anatra”: così titolavamo all’inizio di febbraio, scrivendo del referendum sulla controriforma della giustizia. Allora eravamo in pochi a crederci, ma avevamo visto giusto.

Avevamo capito che la partita sarebbe stata essenzialmente politica, un referendum sul governo anzitutto. Da qui l’indicazione principale di quell’articolo:

«Il primo obiettivo, che dovrebbe essere evidente a tutti, è quello di colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno ad Israele. Se, salvo miracoli, appare ben difficile la cacciata di Meloni prima della fine naturale della legislatura, ben più realistico il quadro della cosiddetta “anatra zoppa”, figura con la quale negli Usa si descrivono le difficoltà di un presidente indebolito da una maggioranza opposta al Congresso». 

Bene, l’anatra è stata azzoppata. Ed è stata azzoppata meglio del previsto. La netta affermazione del NO (2 milioni di voti più del SI’) si è accompagnata ad un’alta partecipazione al voto (59%), ad un travolgente successo tra i giovani (oltre il 61% di NO nella fascia tra 18 e 34 anni, quella che più si è mobilitata per la Palestina), alla vittoria nelle maggiori città del Paese ed in ben 17 regioni su 20. Una bella bastonata!

Certo, non si cambia il mondo con un referendum. Ma da ieri è iniziata una nuova fase. Per capirlo, basta pensare a cosa sarebbe successo se avesse vinto il SI’. Lo schema di Meloni era semplice, ben congegnato fin dall’inizio: (1) andare dritti all’approvazione parlamentare senza discussione alcuna, anche per (2) andare dunque al referendum nella certezza di trasformarlo in un plebiscito che (3) avrebbe poi legittimato la corsa verso il presidenzialismo, mettendo in cassaforte (4) la vittoria alle elezioni politiche del 2027.

Un piano quasi perfetto, che aveva solo un piccolo difetto: quello di non fare i conti con il Paese reale. Lo stesso errore dei sondaggisti, quelli che anziché fare sondaggi seri stavano lì col bilancino a ponderare chi avrebbe avvantaggiato la partecipazione al voto, il sole piuttosto che la pioggia, questa o quella “performance” televisiva. Dettagli, sostanzialmente ininfluenti, che oscuravano un fenomeno ben più profondo.

L’errore clamoroso di questo schema consisteva nell’essere statico, nel considerare solo l’elettorato che va solitamente alle urne. Dunque, poiché destra e centrosinistra sostanzialmente si equivalgono, poiché la destra si presentava però più compatta, solo un forte sbilanciamento nella capacità di mobilitazione avrebbe potuto offrire qualche piccola chance di vittoria al NO. Questo sbilanciamento presupponeva, perciò, una bassa partecipazione al voto.

L’errore stava nel considerare fuori partita, perché disinteressata, la vasta platea astensionista. Ma nell’astensionismo c’è di tutto. C’è qualunquismo, disinteresse, antipolitica, ma c’è pure una parte che normalmente non vota solo perché nel panorama dell’attuale “offerta” politica non c’è nulla che attragga davvero. Ma stavolta non si trattava di mettere una croce su un simbolo, bensì di dire un SI’ o un NO. E solo degli sprovveduti potevano non capire quanto il NO avrebbe fatto male al potere. Molte persone semplici lo hanno invece capito, ed hanno votato di conseguenza.

E’ stata quella la forza del NO, come ci è capitato di dire negli incontri svolti durante la campagna elettorale. Il NO ha raccolto l’opposizione reale, la contrarietà alla guerra, il malessere e la rabbia sociale. Questo è l’essenziale.

I semplici, dunque la stragrande maggioranza degli elettori, non possono conoscere i tortuosi meccanismi che regolano il funzionamento della magistratura, ma possiedono però un’altra dote, talvolta più importante della dotta conoscenza. Questa dote è l’istinto, l’istinto di classe innanzitutto. Quello che mi dice che se il governo, insieme a buona parte della finta opposizione, insieme ai giornaloni ed agli imbonitori televisivi punta tutto sul SI’, io vado dritto sul NO.

Detto questo è detto tutto. Ma quali saranno le dirette conseguenze del voto referendario? Alcune sono facili da prevedere, altre le possiamo solo ipotizzare.

Partiamo dal semplice. La prima conseguenza, fin troppo evidente, è l’indebolimento complessivo di Giorgia Meloni (l’anatra zoppa, appunto) e della sua maggioranza di governo. La seconda è che il progetto presidenzialista rimarrà sul binario morto sul quale era stato prudentemente parcheggiato in attesa del voto sulla giustizia. La terza è che nella coalizione di destra cominceranno a litigare. Non mi sembra poco!

Alcune cose sono invece possibili, ma non certe. Vedremo, ad esempio, se verrà rivista la penosa postura da Trump’s girl della presidente del Consiglio, che di certo non gli ha portato bene. Vedremo se resterà intatta la scelta di mettere in campo l’ennesima legge elettorale truffa, ma ci permettiamo di dubitarne, dato che a questo punto non è detto che gli sia ancora conveniente. Vedremo cosa accadrà sul regionalismo differenziato, dove le difficoltà tra Lega ed alleati sono comunque destinate ad accentuarsi.

In conclusione, l’anatra è stata davvero azzoppata. Questo non ci deve illudere su chissà quale futuro, che qui si aprirebbe un altro e ben più complesso discorso, ma le conseguenze sintetizzate qui sopra non sono poca cosa. C’è però qualcosa di più, qualcosa che riguarda il tema di gran lunga più importante in questo momento: la guerra e la collocazione dell’Italia nei due grandi conflitti in corso.

Dal referendum sono uscite sconfitte tutte le componenti più guerrafondaie e più filo-sioniste (non solo la destra, ma pure i centristi renzian-calendiani, nonché i cosiddetti “riformisti” del Pd). Ci dice nulla questo fatto? A me sembra che ci dica molto, un bell’incoraggiamento a rilanciare la mobilitazione per portare l’Italia fuori dalla guerra. Cogliamo l’attimo!

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