Riceviamo e volentieri pubblichiamo
** Traduzione dall’inglese a cura della Redazione
«L’idea che l’esercito israeliano possa distruggere HAMAS a suon di missili e carri armati riporta alla mente un raccapricciante commento degli americani durante la guerra del Vietnam: “Abbiamo distrutto il villaggio per salvarlo”. Questa strategia non funzionò in Vietnam e non funzionerà con HAMAS. HAMAS non è una forza guerrigliera venuta da un mondo alieno. HAMAS è il fratello, il vicino, o l’uomo che da a tuo figlio i soldi per la sua istruzione». [1]
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Se c’è un modo per squalificare e svergognare un combattente, è quello di insinuare che sia una spia, un agente a libro paga del nemico. Riguardo ad HAMAS aleggia addirittura il marchio d’infamia che l’intero movimento non solo sia stato finanziato e armato da Israele, ma che sia addirittura sorto sotto l’egida del regime sionista. Accuse infamanti e non sorrette da alcuna prova.
C’è una pagina brodaglia di Wikipedia che raccoglie le diverse accuse di connivenza, utile tuttavia per capire chi le avrebbe messe in circolazione (la sinistra sionista e globalista) ed il loro scopo politico (difendere gli Accordi di Oslo per uno staterello palestinese, quindi l’Autorità Nazionale palestinese). Dietro ad una cortina fumogena di congetture, cosa si evince? Non certo che HAMAS era pagata e sostenuta dai governi delle destre sioniste, emerge che queste ultime — le stesse che hanno armato la mano del sionista estremista che uccise Yitzhak Rabin nel novembre 1995 — avrebbero tollerato l’inarrestabile avanzata di HAMAS nella Striscia di Gaza al duplice scopo di sabotare gli Accordi di Oslo siglati nell’agosto 1993, quindi di impedire la prevista nascita di uno Stato palestinese nei Territori Occupati.
«Per anni, i vari governi guidati da Benjamin Netanyahu hanno adottato un approccio che divideva il potere tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, mettendo in ginocchio il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas e adottando misure volte a sostenere il gruppo terroristico Hamas. L’idea era quella di impedire ad Abbas, o a chiunque altro nel governo dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, di avanzare verso la creazione di uno Stato palestinese. Così, nel tentativo di danneggiare Abbas, Hamas è stato promosso da semplice gruppo terroristico a organizzazione con cui Israele ha avuto negoziati indiretti tramite l’Egitto, e a cui è stato consentito di ricevere iniezioni di denaro dall’estero». [2]
Certe anime belle, animate da ingenuo irenismo pacifista, gridano allo scandalo per la collusione tra i governi della destra sionista e i settori più intransigenti della nuova Resistenza palestinese dopo gli Accordi di Oslo. Non ci vuole invece chissà quale sforzo per capire il perché di questa coincidentia oppositorum: per ragioni opposte, le ali radicali dei due schieramenti nemici dovevano far fallire quegli Accordi. Dal punto di vista della Resistenza, un mini-Stato palestinese amministrato dai collaborazionisti dell’ANP e solo sui territori occupati, sarebbe stato un pericoloso ostacolo sulla via della liberazione di tutta la Palestina (“dal fiume al mare”). D’altra parte i sionisti estremisti consideravano inaccettabile lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e la nascita di un’entità palestinese come un pericolo strategico e un ostacolo alla nascita della Grande Israele.
Si era dunque in presenza del concetto, tanto esecrato dai moralisti, per cui il nemico del mio nemico è un mio amico, oppure, se proprio tanto cinismo è considerato sgradevole, al criterio latino Ubi major, minor cessat: davanti al fine superiore, sacrificare il fattore di minore importanza. I sionisti decisero che sull’altare della Grande Israele si doveva lasciare che HAMAS prendesse il controllo della Striscia poiché ben più strategica era considerata la Cisgiordania. Così ci spieghiamo Ariel Sharon al governo, il ritiro israeliano da Gaza dell’agosto-settembre 2005 con relativo smantellamento dei 21 insediamenti ebraici — fermi restando il rigido controllo sui confini terrestri e sugli spazi aereo e marittimo.
La storia è talmente piena di circostanze e conflitti in cui si è adottato il principio per cui il nemico del mio nemico è un mio amico che per citarli tutti l’elenco sarebbe sterminato. Siccome non solo gli spasimanti del “diritto” internazionale globalista e gli ingenui moralisti gridano allo scandalo, ma pure esponenti di quella che si considera “sinistra comunista”, vorremmo ricordare loro il caso dell’Unione Sovietica davanti all’aggressione nazista: l’URSS in pericolo dovette fare di necessità fece virtù, alleandosi con nemici giurati come Gran Bretagna e Stati Uniti. Si tratta di “comunisti imperituri” che mentre partecipano alla campagna di diffamazione di HAMAS, proprio in base al principio il nemico del mio nemico è mio amico, non hanno esitazioni a difendere addirittura il Patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939.
Non si tratta quindi di rifiutare a priori la possibilità di una convergenza momentanea con un nemico; si tratta di capire, tanto più quando di nemici ne hai più d’uno, se questa convergenza si giustifica come una necessità tattica o se invece si trasforma in un’alleanza strategica o addirittura di amorosi sensi. Anche in questo secondo caso la storia ce ne offre numerosi di esempi.
Coloro che persistono con le insinuazioni riguardo alla passata utilizzazione dei conflitti interni al popolo palestinese da parte di Netanyahu, dovrebbero almeno tentare di guardare l’altra faccia della medaglia; cioè comprendere il punto di vista di HAMAS e della nuova Resistenza palestinese (“nuova”, cioè dopo la crisi di quella di matrice comunista: FPLP, FDLP). Dovrebbero considerare — ove fosse stato legittimo l’obiettivo di impedire un mini-stato fantoccio palestinese indebolendo i veri collaborazioni (L’ANP, prima di Arafat e poi di Abu Mazen) — se non si fosse trattato di un’astuto uso tattico necessario delle divisioni sia nel campo sionista che in quello dei paesi arabi e mediorientali. Come HAMAS ha infatti utilizzato la iniziale tolleranza israeliana sui finanziamenti di Qatar, Turchia e Iran? Forse per addivenire ad un’accettazione della politica di Netanyahu e dei sionisti? Per niente! Quegli spazi di manovra sono stati utilizzati non solo per rafforzare la Resistenza armata, ma per amministrare la metropoli di Gaza, che pur restando un carcere a cielo aperto, era considerata, e non solo dai palestinesi, un esempio di autoamministrazione di strepitoso successo. Vale ricordare che HAMAS, grazie al suo enorme consenso di massa conquistato con la Seconda Intifada (2000-2005) e allo sdegno incontenibile per la corruzione dell’ANP e della sua spudorata collaborazione con le autorità israeliane (oltre a migliaia di arresti di militanti, accusati di sostenere HAMAS e Jihad Islamica, decine i morti ammazzati, senza contare quelli consegnati direttamente agli aguzzini israeliani), vinse le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006, stravincendole a Gaza.
Morale della favola: aver tollerato l’avanzata di HAMAS, della Jihad Islamica e delle formazioni minori della nuova Resistenza si è rivelato il più grande errore politico di Netanyahu. Accusa che infatti gli è stata rivolta dalle componenti sioniste avversarie del governo Netanyahu, che avrebbero invece voluto che si sostenesse l’ANP, le stesse componenti che ad una attenta indagine, sono appunto le fonti principali del defunto, da tempo, connubio tattico HAMAS-Netanyahu.
«La politica del premier di trattare il gruppo terroristico come un partner, a spese di Abbas e dello Stato palestinese, ha provocato ferite che Israele impiegherà anni a guarire. Grazie a questa politica, Hamas è diventato sempre più forte fino a sabato 7 ottobre, la “Pearl Harbor” di Israele, il giorno più sanguinoso della sua storia, quando i terroristi hanno attraversato il confine, massacrato centinaia di israeliani * e rapito un numero imprecisato di persone, sotto la copertura di migliaia di razzi lanciati contro città nel sud e nel centro del paese. Il Paese ha conosciuto attacchi e guerre, ma mai di tale portata in una sola mattina». [3]
Per concludere lasciamo i lettori con una domanda: vi dice niente che la condizione suprema posta in sede negoziale dalla coppia Netanyahu-Trump per attivare il cosiddetto “board of Peace” sia il disarmo di HAMAS? Ciò significa almeno due cose: che HAMAS è il nemico numero uno dei sionisti e dei loro alleati e, numero due, che nonostante due anni e mezzo di guerra spietata, il genocidio e i tanti guerriglieri caduti, HAMAS è vivo e vegeto.
NB: Com’è noto, la grande maggioranza degli israeliani uccisi e feriti nel contesto della clamorosa azione del 7 ottobre 2023 furono colpiti dal fuoco dello stesso esercito sionista, come appaiono prive di fondamento sono le accuse di stupro o di crimini contro bambini: 7 OTTOBRE: ECCO LA VERITÀ
NOTE
[1] Zaki Chehab, Inside Hamas. The Untold Story of Militants, Martyrs and Spies. I.B. Tauris & Co. Ltd, London – New York, 2007
[2] Tal Schneider, THE TIMES OF ISRAEL, 8 ottobre 2023
[3] Ibidem
